La violenza in famiglia

I bambini non sono supereroi

Troppo spesso le famiglie si trasformano in luoghi insicuri, dove i comportamenti violenti agiti da un genitore sull’altro (o sui figli stessi) porta al deterioramento della salute fisica e psichica dei più piccoli.
Quella che si chiama “violenza assistita” porta infatti vissuti di paura e insicurezza che hanno conseguenze enormi sullo sviluppo dei minori.

Non tutti i bambini reagiscono allo stesso modo, ogni situazione è diversa e porta a conseguenze differenti.
Come tutti i traumi, le conseguenze cambiano in base all’età dei bambini coinvolti, al numero ed al tenore degli episodi subiti, ma su una cosa non vi è dubbio alcuno: più bassa sarà l’età dei piccoli, maggiori saranno i ritorni negativi e traumatici sullo sviluppo psicofisico e sulla strutturazione della personalità.

Nell’assistere (e/o subire) a violenze intrafamiliari si possono verificare diverse situazioni che incidono sulla personalità dei minori. Essendo incapaci di intervenire per fermare le violenze a cui sono costretti ad assistere e di cui sono vittime,
possono essere portati a sentirsi in colpa, oppure ad assumere la violenza e la prevaricazione come schema mentale e strumento relazionale.

Può inoltre succedere che, nel minore, scatti il “meccanismo di identificazione” con il soggetto violento, dipingendolo come buono e trasferendo le colpe dell’ adulto su se stesso, in modo tale da poter vivere il proprio padre o la propria madre come “buoni genitori”.
Altre volte, i bambini tendono ad assumere un ruolo protettivo nei confronti del genitore vittima, con tutte le inevitabili conseguenze, non solo di ordine psicologico ed emotivo, ma spesso anche fisico.

Può infine accadere che i genitori, per ripulirsi dalle loro debolezze, spingano i figli a sentirsi responsabili dei loro litigi, esponendoli a terribili sensi di colpa che lasceranno tracce profonde.
Questo fenomeno è stato per molto tempo sommerso e sottovalutato, pur essendo una forma di maltrattamento tra le più traumatiche per un minore, che vede negato il suo diritto basilare ad avere una famiglia che lo ami e subisce invece ogni giorno un clima di violenza e odio.

Quando la violenza è già esistente bisogna fermarla subito; se ciò appare semplice in casi di violenza estrema, non lo è invece in tutti quei casi in cui il maltrattamento (fisico o verbale) è cronico, ripetuto nel tempo e quotidiano, ma attestato su una gravità percepita come “minore”.

Il pensiero che l’allontanamento dalla famiglia per un bambino sia più dannoso della “lieve” violenza che deve subire, è infatti ancora purtroppo assai diffuso.
Come è diffusa, peraltro, l’idea che il semplice mettere “in tutela” i bambini sia di per se’ sufficiente.

Affermare, per quanto fortemente, i diritti dei bambini non crea automaticamente un recupero degli stessi: tolto un comportamento (in questo caso maltrattante) è necessario riempire il vuoto con un altro comportamento, questa volta positivo.

E’ necessario lavorare intensamente con tutti gli operatori coinvolti nella tutela della salute del bambini (insegnanti, educatori, psicologi), stabilire buone pratiche educative da seguire, lavorare costantemente con le famiglie, perchè la protezione dei minori passa attraverso il miglioramento delle capacità genitoriali.
Solo l’anno scorso i casi sono stati più di 400.000.
Adesso è ora di dire basta.

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