Non è possibile perdere la speranza

Le emozioni esistono se condivise.

Ci sono dei giorni in cui ti chiedi come sia possibile tirare avanti in questo modo e sopportare tutto questo, giorni in cui vorresti essere meno empatico.
Daniele ha 30 anni, è un educatore professionale e tutti i giorni lavora in una delle nostre strutture per bambini.
Quando ho inziato, 5 anni fa, sapevo che questo lavoro era diverso da tutti gli altri. Diverso perchè ti mette costantemente in gioco con te stesso e non sei mai davvero pronto alle storie che andrai ad ascoltare, perchè non vi è alcun modo di essere preparati.
Le cose non sono mai semplici, questo lavoro è davvero incredibile.

Il contatto, la relazione, le emozioni condivise con i bambini, la lotta continua contro se stessi per non crollare dopo i racconti di violenze e maltrattamenti subiti dai bimbi…è difficile anche raccontarlo e trovare le parole giuste per farlo intuire.

Le numerose attività che svolgiamo ci impegnano moltissimo, ma ci danno anche tanta energia. Vedere i bambini sorridere, pur con loro storie terribili alle spalle, ci sprona ad andare avanti e fare sempre di più.
E quando poi le nostre emozioni, i nostri sentimenti condivisi diventano risultati professionali, ti rendi conto che non è possibile perdere la speranza, e che tutti quanti, noi come professionisti, ma l’intera società, abbiamo grandi responsabilità ed un enorme potere di cambiare le cose.

Ogni bambino di cui ci prendiamo cura rappresenta una speranza per il futuro, guarire le sue ferite emotive gli pemetterà di spezzare le catene del passato e non ripetere la storia da cui proviene. Sì, è davvero una grande responsabilità, l’impatto che abbiamo sul mondo è davvero concreto e decisivo.

Mi sono preso cura di decine di bambini; mi sembra di ricordare tutte le loro storie, nessuna esclusa. Poi è ovvio, alcune ti restano molto più dentro di altre, e ti trovi spesso a pensarci, anche fuori dal lavoro.
Se dovessi sceglierne una in particolare? Sì, certo…

Lo chiamavano tutti Ronaldo, per le sue doti calcistiche. Il suo vero nome era A., aveva 9 anni.
Era con noi perchè sua madre aveva enormi problemi di dipendenza da alcool, e lui si era dovuto arrangiare da solo per molto tempo, occupandosi di se stesso come un adulto. Non andava a scuola, a volte non mangiava per giorni, gli unici sfoghi erano per lui il pallone che aveva sempre sottobraccio e le giornate intere trascorse al campetto sotto casa. Solo di questo gli importava.

Nei tre anni trascorsi con noi A. è riuscito a ricostruirsi un’esistenza fatta di regolarità e normalità, e nel contempo il lavoro di sostegno e rafforzamento della genitorialità fatto con sua mamma gli ha permesso infine di rientrare a casa in un ambiente finalmente cambiato ed a misura di bambino.

Ti parlo di lui perchè l’ho incontrato qualche giorno fa, adesso sta per terminare il liceo scientifico, dice che vuole iscriversi all’università e fare l’educatore ed abbiamo scherzato parecchio su questo suo desiderio.

Questa è una professione totalizzante, ti cambia la vita. Sono consapevole delle fatiche che porta con se’, ma non riesco ad immaginarmi a fare qualcosa di diverso, a non tutelare i bambini, a non accogliere gli errori e capire che ci sono strade alternative che possono portare ai medesimi traguardi.

Adesso devo proprio andare, ho un laboratorio di lettura da cominciare.
Ci vediamo presto
,
io sono sempre qui

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